Javier Ruiz Portella ha scritto una biografia romanzata (ma non molto) di Margherita Sarfatti, amante ebrea di Mussolini e prima musa del Fascismo, come recita il titolo. Il libro, pubblicato in Spagna nel 2024, è ora in libreria per i nostri tipi, Arca Edizioni. Il libro contiene degli articoli inediti in Italia, scritti dalla Sarfatti per il quotidiano argentino Critica. Allo scrittore e giornale spagnolo, abbiamo rivolto alcune domande su questa protagonista dimentica del Novecento.

E’ noto che Mussolini abbia avuto molte amanti, tanto che un segretario ne curava la gestione. Ne fa cenno anche Lei in questo libro. Ma nella memoria storica rimane dominante la figura di Claretta Petacci, che ha condiviso con il Duce gli ultimi anni della sua esistenza, fino allo scempio di piazzale Loreto. Ci si dimentica quasi completamente di Margherita Sarfatti, che è rimasta al suo fianco per più di vent’anni, ispirando molto spesso le sue scelte politiche. Come mai?
Proprio come si dimentica — o meglio, si occulta — ciò che è stato e ha rappresentato il “primo fascismo”, allo stesso modo viene nascosta e oscurata la figura di Margherita Sarfatti, sia a livello personale che storico.

Quando se ne parla, cosa che accade raramente, la si ricorda unicamente come “una grande promotrice dell’arte e della cultura”, “la promotrice del Novecento”, e per essere stata “la prima donna che…”, sorvolando completamente sul suo passato politico. È come se non fosse mai esistita.

Come se non fosse stata lei la creatrice o, quantomeno, la promotrice di elementi chiave del fascismo. Ci si dimentica del suo ruolo nel radicamento del movimento nel passato imperiale di Roma, o nell’insistenza sulla presenza della cultura e dell’arte — l’artecrazia, la chiamava Marinetti — nel cuore della Res Publica. Ci si dimentica, per esempio, che fu lei, nell’ottobre del 1922, a spingere il suo amante, che temeva il fallimento del movimento, a intraprendere la marcia su Roma.

Tuttavia, bisogna riconoscere che, in questo sforzo collettivo di nascondere il suo ruolo di musa del fascismo, anche Margherita Sarfatti ha avuto la sua parte di responsabilità. Non si può certo biasimarla se, ferita e delusa come inevitabilmente accadde, smise di proferire parola sul fascismo e sulla sua partecipazione ad esso.

La verità è che, tra il 1938, anno in cui si esiliò in Argentina, e il 1961, anno della sua morte in Italia, Margherita ruppe il silenzio una sola volta. Fu nel giugno del 1945, quando il corpo insanguinato di quello che era stato il suo amante era ancora caldo, che decise di pubblicare una serie di quattordici articoli sul giornale Crítica di Buenos Aires.

Lì, in quel contesto, parlò diffusamente di tutto: del Duce, del suo amante, del fascismo e del suo coinvolgimento personale. Questi testi, assolutamente fondamentali e fino ad oggi inediti, non lo sono più: sono riprodotti in appendice a questa biografia romanzata di Margherita Sarfatti.

Il Fascismo, nei suoi primi anni, fu caratterizzato da una serie di dicotomie interne che ne segnarono il percorso: l’infatuazione per le avanguardie artistiche e, contemporaneamente, l’attrazione per il classicismo; la sfida aperta al mondo moderno e la riscoperta della modernità.
Queste tensioni non sono forse solo il riflesso della personalità di Margherita Sarfatti, ma anche la causa della rottura personale tra i due protagonisti di quegli anni e, di conseguenza, del mutamento dell’idea di Fascismo?

Tuttavia, tutto precipitò e ciò che avrebbe potuto essere non si realizzò. Ma questo fallimento non avvenne a causa della contraddizione, del tutto apparente, tra quei due grandi vettori: l’attaccamento alla modernità e il radicamento nella tradizione.

Al contrario, la presenza di questi due vettori è uno degli elementi che vanno ascritti a merito del Fascismo, proprio come accadde, del resto, per la Rivoluzione Conservatrice tedesca, il cui stesso nome sintetizza una dualità tanto contraddittoria quanto feconda.

Questa dualità si riflette profondamente nella vita e nella personalità di Margherita Sarfatti. Non solo per il suo coinvolgimento in un regime che si faceva promotore della modernità pur considerandosi la continuazione di un passato grandioso e imperiale.

Margherita era duplice anche nella sua sfera più intima. Era profondamente legata alla sua famiglia e a suo marito in quello che era, allo stesso tempo, un matrimonio aperto e rivoluzionario. Lo manteneva con Cesare Sarfatti. «Affascinante e infedele come marito, sempre affidabile e buono come amico e consigliere», scriverà di lui la non meno affascinante e infedele Margherita.

Torniamo al campo della politica. Quali furono le ragioni che determinarono lo smarrimento del potenziale sviluppato nei primi anni del Ventennio?

Ah, la grande domanda, l’interrogativo decisivo! Saremmo lieti di poter offrire una risposta chiara e inoppugnabile a un quesito di tale portata. Tuttavia, la storia e la vita ci insegnano che, per le questioni fondamentali, risposte univoche e convincenti semplicemente non esistono.

Tutto ciò che possiamo fare è richiamare un complesso di concause di varia natura. Queste spaziano dalla dimensione dei caratteri umani (ah, se la megalomania del Duce, per esempio, non avesse raggiunto tali eccessi…) fino alle ragioni più fortuite (ah, se i rapitori di Matteotti, poniamo, invece di ucciderlo mentre opponeva resistenza, lo avessero lasciato in vita…).

Il culto della bellezza era un elemento innato nell’animo di Margherita Sarfatti, e si sposava perfettamente con la “primavera di bellezza” promessa dagli inni fascisti dei primi anni. A ciò si univa la sacralità dell’azione politica e dei suoi simboli, che avrebbero dovuto prevalere sul “Giuda e sull’oro”, come si cantava in Battaglioni M, l’ultimo inno mussoliniano. Il Fascismo, che un tempo fu promessa di una libertà totale, è oggi un grave insulto usato per significare esattamente il contrario.                                                         

«Una visione politica legata non al denaro e al potere fine a se stesso, ma al culto della bellezza e al senso sacro dell’esistenza?».

Ecco il punto cruciale. È tutto ciò per cui l’impulso del fascismo originale può, ancora oggi, suscitare illusione e speranza.

Il fascismo in quanto tale è indiscutibilmente morto ed è divenuto un insulto vuoto che non significa più nulla nella bocca di chi lo ripete incessantemente. È così, eppure questi due grandi principi – bellezza e sacralità – continuano a sussistere.

Margherita Sarfatti è sempre stata fedele a essi e, quando si rese conto che non c’era più modo di realizzarli, ha scelto il silenzio e l’allontanamento.

Anche in Benito Mussolini questi due principi avevano pulsato, ma in maniera e misura profondamente diverse. Nel suo caso, infatti, erano subordinati alla sua brama crescente di potere e prestigio personale.

La scena politica non ha più visto movimenti che abbiano innalzato questi temi a proprio vessillo, se non, in qualche misura, nel mito guevarista e castrista. Dobbiamo dunque rassegnarci a una politica fatta unicamente da freddi calcolatori, alfieri del solo ordine economico?

Rassegnarci? No, certamente no.

Per quanto sia arduo, per quanto il mondo nel quale viviamo sia lontano da qualsiasi slancio sacro, per quanto il suo “dio” sia il brutto e la sua “dea” sia l’economia, non permetteremo che la maggior parte degli uomini, accettando un simile dominio, continui a essere la schiavitù a cui alludi: gli «schiavi felici della libertà», come li definisco nel libro che porta lo stesso titolo, pubblicato anche in Italia (Passaggio al bosco).

Come visse Margherita Sarfatti, quella donna piena di energia e forza vitale, la disperazione in cui cadde — le sue parole negli articoli di Crítica lo attestano chiaramente — per il fallimento dell’impresa a cui si era dedicata?

Da quelle parole e dal suo successivo silenzio si deduce che l’ha vissuta con dolore, certamente, ma anche con forza e dignità. Lo dimostra soprattutto il tono delle sue critiche a quello che lei definisce il “tradimento di Mussolini” nei confronti delle sue stesse idee.

Le sue critiche sono espresse con parole chiare e incisive, ma sorprendentemente prive di aggressività. Sarebbe stato fin troppo facile per lei cedere a sfoghi e invettive! Ma non lo fa. L’aristocratica ebrea (per la quale l’ebraismo non era che una sfumatura della sua infanzia veneziana) è troppo dignitosa, troppo elegante per lasciarsi andare a invettive personali.

Dopo aver posto il punto finale all’ultimo dei suoi articoli su Crítica, Margherita si immerge nel più rigoroso silenzio politico. Romperlo nell’Italia in cui torna nel 1947 avrebbe significato mettersi a ululare con i lupi dell’antifascismo. E questo, no, non era disposta a farlo in alcun modo. Non intendeva né giustificare la degenerazione del fascismo alleato con Hitler, né facilitare con le sue critiche il compito del nuovo regime.

Il nuovo regime, tuttavia, glielo farà pagare creando un vuoto totale intorno a lei.

Ma sia le sue idee che il suo atteggiamento vitale rimarranno, non c’è dubbio, come fiaccole accese che ricordano alle nuove generazioni l’impegno che devono assumersi. Se non vogliono perire.

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